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martedì 19 dicembre 2006

DAL CASO WELBY, UNA NUOVA RIFLESSIONE

Il caso Welby, impone una nuova riflessione. Una nuova riflessione che non riguarda il caso personale, sul quale credo che il rispetto e il silenzio sia probabilmente la migliore posizione da prendere. Già in un precedente post ho espresso questa mia opinione. Questo caso, però, tratta anche del rapporto con la malattia. Come viene vissuta dal paziente ma soprattutto dalla famiglia, dalla comunità la malattia? Le risposte di solito sono due: l'accettazione o il rifiuto! L'accettazione comporta il rapporto collaborativo, partecipativo della famiglia rispetto al malato ed alla malattia. Al contrario il rifiuto porta la famiglia a colpevolizzare sia il malato che la malattia stessa. La malattia e chi ne soffre diventa quindi un peso, un peso quotidiano. La conseguenza di tutto ciò è l'aggravarsi della malattia e quindi del malato stesso ed uno stato di malessere della famiglia tutta. Invece l'accettazione porta al miglioramento della malattia, ad una migliore qualità di vita del malato e della famiglia. E' proprio vero che l'amore raddoppia le gioie e divide i dolori mentre la sua mancanza raddoppia i dolori e divide le gioie! Non si può commentare che in modo positivo, invece, come l'accettazione, lo stare accanto al paziente anche in coma abbia portato, non sappiamo in quale modo misterioso, a farlo stare bene anzi meglio a farlo risvegliare (basterebbe leggere le cronache recenti o quasi su queste notizie). Parliamo di fantascienza? No, ripeto, parliamo di casi di cronaca e di tanti altri che non hanno un eco mediatico come altri ma che esistono, nel bene e nel male, nella vita di ogni giorno.

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